Partenza presto da Reggio Emilia, con un’idea chiara: fare un giro lungo vero, da oltre 100 km, sfruttando al massimo le possibilità della Stark Varg. Non è il classico anello sotto casa, ma un percorso che entra progressivamente nell’Appennino reggiano, con una logica ben precisa anche dal punto di vista energetico.
Prima ancora di partire mi fermo all’autolavaggio. La moto è ancora piena di fango secco dal giro precedente, soprattutto sulle forcelle, e non ha senso rischiare di rovinare i paraoli. Una pulita veloce e si può partire tranquilli.
Pianificazione ricarica: il vero punto chiave del giro
Con 114 km non ci sono dubbi: una carica non basta. Il giro è quindi costruito attorno a due momenti precisi: partire con la batteria piena, eventualmente fare un piccolo top-up iniziale, e ricaricare a metà percorso in zona montagna.
Il riferimento principale è la trattoria Bar Trattoria Da Monique, già testata in passato. È una classica trattoria di montagna, con cucina semplice e abbondante, gestione familiare e tempi rapidi: proprio per questo è perfetta anche come punto strategico per chi gira in elettrico. Per sicurezza organizzo comunque un piano B: mia moglie arriva lì in macchina con il caricatore, così da non restare mai scoperto.
Prima tappa: Montecavolo e ricarica preventiva
Mi sposto verso Montecavolo, passando da Rivalta e salendo dalle prime colline. Qui il terreno è ancora scorrevole, ideale per iniziare senza stress.
Il punto di ritrovo è il Bar Pausa Caffè, che in passato era perfetto anche per ricaricare. Questa volta però la situazione è cambiata: nuova gestione, qualche incertezza sulle prese. Per non perdere tempo collego direttamente alla macchina e nel frattempo faccio colazione. Poco dopo esce il titolare, molto disponibile, e si chiarisce tutto per le prossime volte: abbassando la potenza si potrà tornare a caricare anche lì senza problemi. È una situazione tipica: non è mai tutto standardizzato, ma con un minimo di adattamento si risolve.

Ingresso nel giro: Vezzano e Canossa
Si parte in sei. Dalla zona di Montecavolo si scende verso Vezzano sul Crostolo e da lì si inizia a salire sul serio.
Il passaggio verso Canossa segna il cambio di ritmo: diminuiscono le strade larghe, aumenta il bosco e il fondo diventa più irregolare. Qui il giro smette di essere un semplice collegamento e diventa enduro vero.
Cuore del giro: Casina, Leguigno e crinali
Superata Canossa si entra nella parte più interessante, tutta la zona tra Casina, Leguigno e Villaberza. Il tracciato qui si sviluppa ad anello, con continui cambi di direzione, salite e discese ravvicinate e tratti nel bosco alternati a crinali più aperti.
È la parte più tecnica e anche quella dove si accumula più consumo. Il terreno è variabile, spesso smosso o umido, e richiede attenzione soprattutto nei passaggi lenti.


Ed è proprio qui che arriva il momento più “inspiegabile” della giornata. Un guado che conosco da anni, fatto decine di volte senza pensarci troppo. Entro tranquillo e finisco a terra. Rialzo la moto, riparto e cado di nuovo. Al ritorno stessa scena, con altre due cadute nello stesso punto. Alla fine ero bagnato da entrambe le parti, senza una vera spiegazione logica: probabilmente il fondo di ciottoli lisci e la velocità molto bassa hanno reso tutto più delicato del previsto.
Arrivo a metà giro: ricarica a Casina
Si arriva quindi in zona Casino, dove si trova la trattoria. La Bar Trattoria Da Monique si conferma perfetta per questo tipo di uscite: posizione ideale a metà giro, ambiente informale, servizio veloce e cucina tradizionale abbondante. È il classico posto da Appennino dove mangi bene senza perdere tempo, e questo per chi gira è fondamentale.


Qui la ricarica avviene senza problemi e permette di ripartire tranquilli per la seconda metà del giro.
Ritorno: varianti e ritmo più alto
Dal ristorante si riparte risalendo verso Casina e poi tornando verso Canossa e Vezzano, ma con varianti rispetto all’andata. Il terreno resta interessante ma leggermente più scorrevole, e permette una guida più continua.
Nel finale provo ad alzare un po’ il ritmo e qui si sente la differenza: la ciclistica è ormai allineata alle moto termiche, ma il motore elettrico ha un vantaggio evidente nelle ripartenze e nei tratti guidati. Nessun tempo morto, nessuna gestione della frizione: la spinta è sempre immediata e alla lunga fa la differenza.
Rientro su Reggio Emilia
Ultimo tratto da Vezzano verso Montecavolo e poi discesa verso la pianura fino a Reggio Emilia. Ci si ferma per le ultime chiacchiere vicino al punto di partenza e poi rientro a casa con la luce che inizia a calare.

Conclusione
È stato un giro completo in tutti i sensi: lungo, vario e costruito bene, non solo per il percorso ma per tutta la gestione attorno.
Pianura, collina e Appennino si alternano in modo naturale, così come i tratti veloci e quelli più tecnici. Alla base di tutto c’è una ricarica pianificata che diventa ricarica reale, senza imprevisti.
Più che il singolo passaggio, è l’insieme che funziona: organizzazione, adattamento e continuità. È questo che rende oggi l’enduro elettrico davvero interessante, quando lo si porta fuori dai giri brevi e lo si usa per fare strada sul serio.

Ma senza ricaricare quanti km / ore avresti potuto fare
Mah, difficile dirlo di preciso, sono solo al 3° giro come esperienza: comunque credo sui 70 km , ma dipende poi dal tipo di strada, dal terreno, dalla manetta, e poi è meglio non avvicinarsi troppo alla “riserva” secondo me, meglio una sosta in più a metà mattina per bere qualcosa e nel mentre ricaricare qualche km, ed i giri anche più lunghi si possono fare senza problemi.
Edit: ho scoperto oggi che da GPS sono stati poi 120 km fatti ieri, mentre 114 dal cruscotto moto, sottraendo quelli di inizio giro a quelli di fine giro, non ancora so quale sia il dato più corretto fra i due.